Lo dimostra il profilo psicologico dei super anziani del Cilento. Non è solo una questione di Dna.
C'è poco da fare. Ci sono persone che hanno quel quid in più che le differenzia dalle altre, che le fa emergere, che le fa ricordare, che le fa vivere più a lungo! È il carattere. Lo afferma uno studio pubblicato sulla rivista International Psychogeriatrics e condotto in sincrono dai ricercatori dell'Università Sapienza di Roma e l'Università di San Diego in California.
I "Super Anziani" del Cilento hanno mostrato di avere un profilo psicologico vincente. In particolare, il loro segreto è dato da: tanto ottimismo, una buona dose di religiosità, un forte attaccamento alla propria terra e alla famiglia, etica del lavoro ed infine un pizzico di testardaggine. Ecco com'è composta la ricetta per vivere più a lungo mantenendo un cervello sempre giovane.
Questo è quanto si è evinto dalla ricerca che ha preso in esame 29 grandi anziani, di età compresa tra i 90 e 101 anni, residenti in 9 comuni del Cilento e arruolati nello studio Ciao (Cilento on Aging Outcomes Study). Ciascuno di loro è stato intervistato per avere un quadro dettagliato delle sue condizioni psico-fisiche e soprattutto per conoscere il suo mondo interiore, fatto di ricordi, religiosità ed esperienze personali come quelle della migrazione. La ricerca è stata poi estesa anche ai familiari più giovani per valutare la loro salute mentale e fisica e per conoscere le loro impressioni circa la personalità e il carattere dei loro anziani.
Si è potuto constatare che nonostante gli acciacchi e le malattie, i nonni del Cilento hanno un benessere mentale superiore a quello dei figli di età compresa fra i 51 e i 75 anni.
Anna Salzo, una delle autrici dello studio dichiara: "Ciò che accomuna questi anziani è l'amore per la loro terra, in cui trovano un motivo per continuare a vivere. Molti continuano a lavorare a casa o nei campi, e pensano questa è la mia vita, non voglio arrendermi".
Inoltre, gli studiosi hanno notato che questi "nonnetti" hanno un carattere tutto pepe, infatti: "Abbiamo scoperto che tendono ad essere dominanti, testardi e hanno bisogno di avere un senso di controllo. Questa tendenza a controllare l'ambiente evidenzia una certa determinazione che è bilanciata dalla necessità di adattarsi ai cambiamenti".
Forse è vero, per vivere più a lungo ci vuole soprattutto carattere. Quella voglia di non arrendersi, di affrontare le difficoltà e cercare di non spezzarsi mai. Di farsi forza. Se non altro, i nonni cilentani ci insegnano a vivere!
Notizie curiose, psicologia, cultura, arte ed attualità,articoli interessanti e mai pesanti.
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venerdì 5 gennaio 2018
Niente più cotton fioc
Dal 2019 i cotton fioc in plastica saranno messi al bando. Si potranno vendere solo quelli biodegradabili. Nel giro di un anno dovranno sparire anche alcuni prodotti come creme per il viso e dentifricio contenenti microplastiche.
I bastoncini per pulire le orecchie sono ormai parte integrante dell'arredamento dei bagni. Stanno lì, non troppo nascosti, spesso rimanendo proprio nella loro confezione, alla portata di mano ogni qualvolta debbano essere usati. Eppure i cotton fioc, quelli di plastica colorata, dal 2019 saranno vietati. Non si potrà più comprarli. Per esigenze soprattutto ecologiche, verranno sostituiti da quelli biodegradabili che non creano danni all'ambiente come invece avviene nel caso di smaltimento errato delle plastiche.
Il divieto dei cotton fioc è stato deciso con un emendamento alla manovra approvato dalla Camera e proposto da Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente di Montecitorio. Una mossa che si assesta come una delle tante battaglie intraprese per la guerra alla plastica iniziata da tempo dal Governo e Parlamento.
Il primo ad esultare per questo provvedimento è stato il Ministro dell'Ambiente GianLuca Galletti che commenta: "Uno straordinario segnale all'Europa per rispondere con i fatti a un fenomeno allarmante, che nuoce alla biodiversità e alla qualità delle acque".
L'emendamento, oltre a vietare la produzione e la vendita dei cotton fioc in plastica, dal 2019 vieta anche l'utilizzo di microplastiche per tutti i prodotti cosmetici. Dal 1° Gennaio 2020 il divieto verrà quindi esteso ai prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergenti contenti microplastiche.
Dei provvedimenti ritenuti necessari se si considera che i cotton fioc sono il 3° rifiuto più presente nel mare (Adriatico e Ionio), secondo uno studio internazionale sviluppato su 31 siti costieri per un totale di oltre 18 chilometri di costa.
Con la nuova normativa, il divieto di commercializzazione scatterà a partire dal 2019 e sarà accompagnato da un finanziamento di 250 mila euro per una campagna pubblicitaria contro la dispersione di plastica nell'ambiente.
La norma prevede pure che sulle etichette vengano riportate con chiarezza le informazioni sul corretto smaltimento e una frase con la quale ricordare che è fatto "divieto di gettarli nei servizi igienici e negli scarichi".
Legambiente parla di "un'ottima notizia" e sottolinea che il divieto segue già altri provvedimenti, come quello di Agosto quando è stato deciso di bandire tutte le buste non biodegradabili nei reparti ortofrutta, gastronomia, macelleria, pescheria e panetteria.
Quindi se ad esultare è l'ambiente, per buona pace, dovremo accettare di cambiare un po' le nostre abitudini, in modo da poter essere contenti, anche noi, perché in futuro avremmo un ambiente più sano.
I bastoncini per pulire le orecchie sono ormai parte integrante dell'arredamento dei bagni. Stanno lì, non troppo nascosti, spesso rimanendo proprio nella loro confezione, alla portata di mano ogni qualvolta debbano essere usati. Eppure i cotton fioc, quelli di plastica colorata, dal 2019 saranno vietati. Non si potrà più comprarli. Per esigenze soprattutto ecologiche, verranno sostituiti da quelli biodegradabili che non creano danni all'ambiente come invece avviene nel caso di smaltimento errato delle plastiche.
Il divieto dei cotton fioc è stato deciso con un emendamento alla manovra approvato dalla Camera e proposto da Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente di Montecitorio. Una mossa che si assesta come una delle tante battaglie intraprese per la guerra alla plastica iniziata da tempo dal Governo e Parlamento.
Il primo ad esultare per questo provvedimento è stato il Ministro dell'Ambiente GianLuca Galletti che commenta: "Uno straordinario segnale all'Europa per rispondere con i fatti a un fenomeno allarmante, che nuoce alla biodiversità e alla qualità delle acque".
L'emendamento, oltre a vietare la produzione e la vendita dei cotton fioc in plastica, dal 2019 vieta anche l'utilizzo di microplastiche per tutti i prodotti cosmetici. Dal 1° Gennaio 2020 il divieto verrà quindi esteso ai prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergenti contenti microplastiche.
Dei provvedimenti ritenuti necessari se si considera che i cotton fioc sono il 3° rifiuto più presente nel mare (Adriatico e Ionio), secondo uno studio internazionale sviluppato su 31 siti costieri per un totale di oltre 18 chilometri di costa.
Con la nuova normativa, il divieto di commercializzazione scatterà a partire dal 2019 e sarà accompagnato da un finanziamento di 250 mila euro per una campagna pubblicitaria contro la dispersione di plastica nell'ambiente.
La norma prevede pure che sulle etichette vengano riportate con chiarezza le informazioni sul corretto smaltimento e una frase con la quale ricordare che è fatto "divieto di gettarli nei servizi igienici e negli scarichi".
Legambiente parla di "un'ottima notizia" e sottolinea che il divieto segue già altri provvedimenti, come quello di Agosto quando è stato deciso di bandire tutte le buste non biodegradabili nei reparti ortofrutta, gastronomia, macelleria, pescheria e panetteria.
Quindi se ad esultare è l'ambiente, per buona pace, dovremo accettare di cambiare un po' le nostre abitudini, in modo da poter essere contenti, anche noi, perché in futuro avremmo un ambiente più sano.
giovedì 4 gennaio 2018
L'amore a prima vista? Non esiste!
Lo afferma la scienza. Si tratta di un autoinganno, riconducibile solo al desiderio o ad un falso ricordo.
Per chi ha sempre pensato all'amore a prima vista con occhi trasognanti e romantici, deve mettersi l'anima in pace. Perché il colpo di fulmine non esiste. Lo afferma uno studio olandese secondo cui, sono in maggioranza gli uomini a sentirsi colpiti dall'amore a prima vista. Ma la scienza parla di autoinganno: si tratta di attrazione fisica o memoria distorta, letta successivamente attraverso la chiave del sentimento che rafforza il legame di una coppia.
Questo non significa che quando qualcuno afferma di aver amato il proprio compagno dal primo sguardo, stia mentendo, anzi viene definito amore proprio la percezione e le sensazioni che proviamo quando inaspettatamente ci sentiamo colpiti da qualcuno.
Proprio questo fenomeno hanno cercato di spiegare degli studiosi dell'Università di Groningen, in Olanda. Secondo i ricercatori del Dipartimento di Psicologia si tratta di attrazione fisica. Sono arrivate a queste conclusioni misurando in maniera diversa la "capacità di infatuazione" di un centinaio di giovani, quasi tutti studenti ventenni. Si sono avvalsi di sondaggi online, test in laboratorio con questionari, alcuni incontri reali, faccia a faccia, speed date e un incontro con cena. In seguito è stato chiesto agli studenti di rispondere a delle domande sulla loro esperienza e i sentimenti o sensazioni generati dall'incontro.
Dei quasi 400 studenti studiati, solo 32 (quasi tutti uomini), hanno dichiarato di aver sperimentato il colpo di fulmine. Qualcuno anche più volte.
Analizzando i dati però è emerso come la quasi totalità di loro collegava l'esperienza all'attrazione fisica e non ad altre sensazioni come "passione", "intimità" o "impegno". Non era amore, quindi, o almeno non lo era ancora. E questo sembra sia vero non solo per le potenziali nuove coppie, ma anche riguardo a quello che i partner ricordano del loro primo incontro.
Secondo gli studiosi quindi, quello che le coppie ricordano come un amore scoppiato all'improvviso, subito dopo aver conosciuto la propria metà, è un ricordo costruito, in qualche modo falso, che rafforza il legame della coppia. Una sorta d'illusione, secondo cui l'attrazione fisica viene vista attraverso i sentimenti che sono cresciuti nel tempo.
Insomma, nonostante le tante belle parole, gli uomini sono un po' bugiardelli. Più che da una bella persona vengono colpiti dall'attrazione fisica verso la bellezza della persona. Ahimè toccherà farsene una ragione, appartengono sempre e comunque al regno animle.
Per chi ha sempre pensato all'amore a prima vista con occhi trasognanti e romantici, deve mettersi l'anima in pace. Perché il colpo di fulmine non esiste. Lo afferma uno studio olandese secondo cui, sono in maggioranza gli uomini a sentirsi colpiti dall'amore a prima vista. Ma la scienza parla di autoinganno: si tratta di attrazione fisica o memoria distorta, letta successivamente attraverso la chiave del sentimento che rafforza il legame di una coppia.
Questo non significa che quando qualcuno afferma di aver amato il proprio compagno dal primo sguardo, stia mentendo, anzi viene definito amore proprio la percezione e le sensazioni che proviamo quando inaspettatamente ci sentiamo colpiti da qualcuno.
Proprio questo fenomeno hanno cercato di spiegare degli studiosi dell'Università di Groningen, in Olanda. Secondo i ricercatori del Dipartimento di Psicologia si tratta di attrazione fisica. Sono arrivate a queste conclusioni misurando in maniera diversa la "capacità di infatuazione" di un centinaio di giovani, quasi tutti studenti ventenni. Si sono avvalsi di sondaggi online, test in laboratorio con questionari, alcuni incontri reali, faccia a faccia, speed date e un incontro con cena. In seguito è stato chiesto agli studenti di rispondere a delle domande sulla loro esperienza e i sentimenti o sensazioni generati dall'incontro.
Dei quasi 400 studenti studiati, solo 32 (quasi tutti uomini), hanno dichiarato di aver sperimentato il colpo di fulmine. Qualcuno anche più volte.
Analizzando i dati però è emerso come la quasi totalità di loro collegava l'esperienza all'attrazione fisica e non ad altre sensazioni come "passione", "intimità" o "impegno". Non era amore, quindi, o almeno non lo era ancora. E questo sembra sia vero non solo per le potenziali nuove coppie, ma anche riguardo a quello che i partner ricordano del loro primo incontro.
Secondo gli studiosi quindi, quello che le coppie ricordano come un amore scoppiato all'improvviso, subito dopo aver conosciuto la propria metà, è un ricordo costruito, in qualche modo falso, che rafforza il legame della coppia. Una sorta d'illusione, secondo cui l'attrazione fisica viene vista attraverso i sentimenti che sono cresciuti nel tempo.
Insomma, nonostante le tante belle parole, gli uomini sono un po' bugiardelli. Più che da una bella persona vengono colpiti dall'attrazione fisica verso la bellezza della persona. Ahimè toccherà farsene una ragione, appartengono sempre e comunque al regno animle.
A Los Angeles il primo Museo del Selfie
Si trova negli Usa, il primo tributo al selfie, il modo di fotografarsi ritenuto uno delle massime espressioni della cultura contemporanea.
Verrà inaugurato in questi giorni in California il primo museo dedicato ad una delle forme più narcisiste di fotografia. A Los Angeles apre il Selfie Museum, un inaspettato tributo ad una delle massime espressioni della cultura popolare contemporanea, di cui, un po' tutti in qualsiasi longitudine o di qualsiasi nazionalità, siamo partecipanti attivi.
Autoscatti come dipinti e monumenti. La struttura ospiterà mostre e gallerie dedicate alla complessità del selfie. Perché per farli ci vuole tecnica, bravura ed inventiva. Questa è solo l'ultima delle iniziative nate nel corso di 4 anni, in cui nel mondo si sono moltiplicati i premi per i selfie d'artista.
Dal 20 Gennaio quindi verrà aperto il tempio alla celebrazione di sé stessi, il cui biglietto di ammissione costerà circa 25 dollari a persona. Tanto si dovrà spendere per poter accedere alla rassegna e dare ai visitatori la possibilità di mettere alla prova la propria abilità offrendo set a tema per il selfie perfetto a misura di social.
L'idea è partita da Tommy Honton e Tair Mamedov, loro hanno pensato di dedicare un'esposizione permanente al selfie, con l'intento: "Vogliamo che le persone ridano e siano piacevolmente sorprese da tutta l'esposizione. Una filosofia che supera la passività nella fruizione dell'opera in sé. La gente non vuole più consumare silenziosamente l'arte, piuttosto vuole esserne parte. Ci sono più selfie con Gioconda che foto alla Gioconda stessa.
Speriamo che la gente si diverta, che non riesca a fare a meno di farsi una foto".
Ogni epoca ha la sua forma e tecnica d'espressione. Decisamente ai nostri tempi ci si racconta tramite foto. Spesso autoscatti che raccontano di luoghi, abitudini, mode e stralci di contemporaneità. Ed in primo piano noi stessi....è la società dell' individualismo.
Verrà inaugurato in questi giorni in California il primo museo dedicato ad una delle forme più narcisiste di fotografia. A Los Angeles apre il Selfie Museum, un inaspettato tributo ad una delle massime espressioni della cultura popolare contemporanea, di cui, un po' tutti in qualsiasi longitudine o di qualsiasi nazionalità, siamo partecipanti attivi.
Autoscatti come dipinti e monumenti. La struttura ospiterà mostre e gallerie dedicate alla complessità del selfie. Perché per farli ci vuole tecnica, bravura ed inventiva. Questa è solo l'ultima delle iniziative nate nel corso di 4 anni, in cui nel mondo si sono moltiplicati i premi per i selfie d'artista.
Dal 20 Gennaio quindi verrà aperto il tempio alla celebrazione di sé stessi, il cui biglietto di ammissione costerà circa 25 dollari a persona. Tanto si dovrà spendere per poter accedere alla rassegna e dare ai visitatori la possibilità di mettere alla prova la propria abilità offrendo set a tema per il selfie perfetto a misura di social.
L'idea è partita da Tommy Honton e Tair Mamedov, loro hanno pensato di dedicare un'esposizione permanente al selfie, con l'intento: "Vogliamo che le persone ridano e siano piacevolmente sorprese da tutta l'esposizione. Una filosofia che supera la passività nella fruizione dell'opera in sé. La gente non vuole più consumare silenziosamente l'arte, piuttosto vuole esserne parte. Ci sono più selfie con Gioconda che foto alla Gioconda stessa.
Speriamo che la gente si diverta, che non riesca a fare a meno di farsi una foto".
Ogni epoca ha la sua forma e tecnica d'espressione. Decisamente ai nostri tempi ci si racconta tramite foto. Spesso autoscatti che raccontano di luoghi, abitudini, mode e stralci di contemporaneità. Ed in primo piano noi stessi....è la società dell' individualismo.
mercoledì 3 gennaio 2018
"Spelacchio", la parola dell'anno
A sorpresa. Dell'anno passato. "Spelacchio" il nome con cui si indica l'abete disastro di Piazza Venezia a Roma è la parola scelta per rappresentare il 2017. La seguono poi le fake news, Ius soli e biotestamento.
In Italia, la parola simbolo del 2017 è "Spelacchio". Il termine con cui viene indicato l'indesiderato abete di Piazza Venezia, ha oscurato dodici mesi di parole e fatti di temi anche più scottanti come il biotestamento, lo Ius soli e le fake news.
Forse chi non è di Roma non può capire, ma parecchi cittadini capitolini e non, si sono più che appassionati alle vicende dell'abete rosso, proveniente dalla Val di Fiemme, che giunto nella Capitale si è seccato prima del tempo. In tantissimi hanno appeso ai suoi rami, o attaccato alle siepi da cui è circondato, foglietti, biglietti, cartoncini con i messaggi più vari, anche in lingue diverse dall'italiano.
Migliaia di scritte, che spaziano dalle dichiarazioni d'amore, a scritte apotropaiche, moraleggianti, melodrammatiche, trasognate, elogiative o militanti, a supporto o di cordoglio, esempi come: "Je suis Spelacchio"; "Resisti, Spelacchio"; "Resisti sei diventato una star"; "Spelacchio sei bello!"; "Spelacchio vive, i morti siete voi"; "Spelacchio è uno di noi!"; "Sei l'albero più bello del mondo, esm"; "L'importante è essere bello dentro, forza Spelacchio"; "Spelacchio è vivo e lotta insieme a noi"; "Prima i poveri"; "Povero Spelacchio";
"vittima innocente dell'incapacità altrui"; "Ti abbiamo voluto bene, addio!"; "Stroncato nel pieno della sua vita, ciao Spelacchio non ti dimenticheremo"; "Non fiori ma opere di bene! Natale 2017"; "Insegna agli angeli ad esser un bel (SIC) albero di Natale e facci passare l'esame di Tecnica delle Costruzioni. I ragazzi di Ingegneria della Sicurezza".
E poi ancora messaggi di critica sociale come: "Più case popolari" oppure "Il vero Presepe vivente sito a SS. Apostoli", in riferimento ai senza case, sgomberati lo scorso mese di Agosto da un palazzo a Cinecittà.
Non mancano inoltre i messaggi carichi d'ironia dei più buontemponi come: "Spelacchio stavi mejo 'ndo stavi prima"; "Sei come mi moglie"; "Spelacchio t'hanno frainteso", oppure "La verità è che sti abeti non si sono mai veramente integrati".
Insomma l'albero di Natale che doveva abbellire la Capitale è diventato un vero e proprio caso. Un oggetto di discussione che dalle vie della città, passando per i malumori e l'ironia del web, sulla carta stampata e dei fumetti ha fatto dire la sua un po' a tutti e seppur non è piaciuto come addobbo ha conquistato tutti come parola.
In Italia, la parola simbolo del 2017 è "Spelacchio". Il termine con cui viene indicato l'indesiderato abete di Piazza Venezia, ha oscurato dodici mesi di parole e fatti di temi anche più scottanti come il biotestamento, lo Ius soli e le fake news.
Forse chi non è di Roma non può capire, ma parecchi cittadini capitolini e non, si sono più che appassionati alle vicende dell'abete rosso, proveniente dalla Val di Fiemme, che giunto nella Capitale si è seccato prima del tempo. In tantissimi hanno appeso ai suoi rami, o attaccato alle siepi da cui è circondato, foglietti, biglietti, cartoncini con i messaggi più vari, anche in lingue diverse dall'italiano.
Migliaia di scritte, che spaziano dalle dichiarazioni d'amore, a scritte apotropaiche, moraleggianti, melodrammatiche, trasognate, elogiative o militanti, a supporto o di cordoglio, esempi come: "Je suis Spelacchio"; "Resisti, Spelacchio"; "Resisti sei diventato una star"; "Spelacchio sei bello!"; "Spelacchio vive, i morti siete voi"; "Spelacchio è uno di noi!"; "Sei l'albero più bello del mondo, esm"; "L'importante è essere bello dentro, forza Spelacchio"; "Spelacchio è vivo e lotta insieme a noi"; "Prima i poveri"; "Povero Spelacchio";
"vittima innocente dell'incapacità altrui"; "Ti abbiamo voluto bene, addio!"; "Stroncato nel pieno della sua vita, ciao Spelacchio non ti dimenticheremo"; "Non fiori ma opere di bene! Natale 2017"; "Insegna agli angeli ad esser un bel (SIC) albero di Natale e facci passare l'esame di Tecnica delle Costruzioni. I ragazzi di Ingegneria della Sicurezza".
E poi ancora messaggi di critica sociale come: "Più case popolari" oppure "Il vero Presepe vivente sito a SS. Apostoli", in riferimento ai senza case, sgomberati lo scorso mese di Agosto da un palazzo a Cinecittà.
Non mancano inoltre i messaggi carichi d'ironia dei più buontemponi come: "Spelacchio stavi mejo 'ndo stavi prima"; "Sei come mi moglie"; "Spelacchio t'hanno frainteso", oppure "La verità è che sti abeti non si sono mai veramente integrati".
Insomma l'albero di Natale che doveva abbellire la Capitale è diventato un vero e proprio caso. Un oggetto di discussione che dalle vie della città, passando per i malumori e l'ironia del web, sulla carta stampata e dei fumetti ha fatto dire la sua un po' a tutti e seppur non è piaciuto come addobbo ha conquistato tutti come parola.
Le piante fungeranno da abat-jour
In un futuro prossimo, grazie ad un esperimento del Mit. Le nanoparticelle incorporate nelle foglie di crescione creano una luce fioca che può durare fino a quattro ore.
E se si potesse leggere alla luce delle piante? Sì!, sarà possibile grazie ad uno studio del Mit. Dopo le piante spia progettate dalla Darpo, il settore militare Usa responsabile dello sviluppo di nuove tecnologie, arrivano anche le piante abat-jour. Ci stanno lavorando gli ingegneri del Massachusetts Institute of Technology che sono intervenuti sulle nanoparticelle incorporate nelle foglie di una pianta di crescione, facendo sì che questo si accenda.
In un futuro prossimo quindi si potrà leggere un libro alla luce di una pianta incandescente. Per il momento si tratta di una luce fioca, vegetale, che dura 4 ore. Ma il successo ottenuto fa ben sperare in una nuova fonte di luminosità naturale che possa sostituire l'elettricità.
Praticamente i ricercatori per attivare il processo di bioluminescenza hanno impiegato la luciferasi, l'enzima che fa splendere le lucciole. Questa agisce su una molecola chiamata luciferina, facendole emettere luce, mentre un'altra molecola, coenzima A, aiuta il processo a rimuovere gli ostacoli che possono inibire l'attività della luciferasi. Si è solo all'inizio, sicuramente il meccanismo va perfezionato, ne è stato scoperto che il crescione di 10 centimetri emette una luce che è un millesimo di quella necessaria per leggere. Eppure gli studiosi sono fiduciosi e speranzosi che un giorno le piante possano essere in grado di illuminare uno spazio di lavoro.
Micheal Strano, professore di Ingegneria Chimica al Mit e autore senior dello studio dichiara: "L'obiettivo è quello di realizzare una pianta che funzioni come una lampada da scrivania che non sia necessario collegare alla rete elettrica né a batterie. La luce viene, infatti, alimentata dal metabolismo energetico della pianta stessa".
Altrettanto ambiziose sono anche le prospettive d'impiego. I ricercatori sperano di potenziare così tanto l'intensità e la durata luminosa da poter offrire una tecnologia da impiegarsi sia per fornire illuminazione a bassa intensità per interni sia per trasformare gli alberi in lampioni autoalimentati.
Insomma, è presto per dire se il futuro dell'elettricità sarà la nanobotanica vegetale, ma di sicuro si può ritenere che le piante che illuminano hanno un certa utilità in più. Affascinanti, offrono una luce soffusa, perfetta per creare l'atmosfera giusta per la lettura ed in più, arredano, con gusto ed in maniera ecologica.
E se si potesse leggere alla luce delle piante? Sì!, sarà possibile grazie ad uno studio del Mit. Dopo le piante spia progettate dalla Darpo, il settore militare Usa responsabile dello sviluppo di nuove tecnologie, arrivano anche le piante abat-jour. Ci stanno lavorando gli ingegneri del Massachusetts Institute of Technology che sono intervenuti sulle nanoparticelle incorporate nelle foglie di una pianta di crescione, facendo sì che questo si accenda.
In un futuro prossimo quindi si potrà leggere un libro alla luce di una pianta incandescente. Per il momento si tratta di una luce fioca, vegetale, che dura 4 ore. Ma il successo ottenuto fa ben sperare in una nuova fonte di luminosità naturale che possa sostituire l'elettricità.
Praticamente i ricercatori per attivare il processo di bioluminescenza hanno impiegato la luciferasi, l'enzima che fa splendere le lucciole. Questa agisce su una molecola chiamata luciferina, facendole emettere luce, mentre un'altra molecola, coenzima A, aiuta il processo a rimuovere gli ostacoli che possono inibire l'attività della luciferasi. Si è solo all'inizio, sicuramente il meccanismo va perfezionato, ne è stato scoperto che il crescione di 10 centimetri emette una luce che è un millesimo di quella necessaria per leggere. Eppure gli studiosi sono fiduciosi e speranzosi che un giorno le piante possano essere in grado di illuminare uno spazio di lavoro.
Micheal Strano, professore di Ingegneria Chimica al Mit e autore senior dello studio dichiara: "L'obiettivo è quello di realizzare una pianta che funzioni come una lampada da scrivania che non sia necessario collegare alla rete elettrica né a batterie. La luce viene, infatti, alimentata dal metabolismo energetico della pianta stessa".
Altrettanto ambiziose sono anche le prospettive d'impiego. I ricercatori sperano di potenziare così tanto l'intensità e la durata luminosa da poter offrire una tecnologia da impiegarsi sia per fornire illuminazione a bassa intensità per interni sia per trasformare gli alberi in lampioni autoalimentati.
Insomma, è presto per dire se il futuro dell'elettricità sarà la nanobotanica vegetale, ma di sicuro si può ritenere che le piante che illuminano hanno un certa utilità in più. Affascinanti, offrono una luce soffusa, perfetta per creare l'atmosfera giusta per la lettura ed in più, arredano, con gusto ed in maniera ecologica.
martedì 2 gennaio 2018
Tooteko l'app che fa conoscere l'arte ai non vedenti
Lanciata in Italia Tooteko la start-up che porta l'arte ai non vedenti. Per il momento è già all'Ara Pacis ma si pensa di estendere il progetto ad altri musei.
Picasso affermava che: "L'arte scuote dall'anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni". Fosse anche solo per questo, risulta quindi doveroso renderla accessibile ed usufruibile a tutti, nessuno escluso. A tale domanda, potevano dare risposta solo la sensibilità al bello e all'arte insita in ogni italiano. Ci ha pensato quindi una start-up veneta, la Tooteko, l'app che rende accessibile le opere e i luoghi d'arte tradizionali ai non vedenti.
Tooteko è stata pensata da non vedenti per i loro simili, si basa su tecnologie low cost e funziona grazie ad un anello in grado di riconoscere speciali sensori e far partire informazioni audio-descrittive. Praticamente l'anello hi-tech legge i tag NFC su un supporto tattile e, grazie all'applicazione, comunica wireless connesso smartphone o tablet.
Ma, si propone anche di aiutare un po' tutti nella conoscenza del bello, poiché permette di esercitare tatto e udito, normalmente meno impiegati a favore della vista. Tooteko permette a tutti una "percezione aumentata" della realtà, dove l'incremento di informazione è più audiotattile che visivo.
Tooteko è un'app innovativa, nata in seno al progetto sperimentale Art For The Blind, ha vinto numerosi premi italiani ed internazionali e ora è il quid in più che può vantare l'Ara Pacis.
Una scalata che non accenna a fermarsi, in quanto, l'obiettivo a medio-lungo termine del progetto è quello di costituire una rete di musei che ospitino le repliche audio tattili delle proprie opere più significative in modo che i non vedenti possano accedere all'arte nel suo contesto originario, e non in un "museo delle repliche"-ghetto riservato solo a loro.
A volte la vera cecità è quella di alcune persone mancanti della sensibilità di rendere l'arte, patrimonio comune, accessibile a tutti. D'ora in poi ci penserà Tooteko a far luce su una nuova conoscenza dell' arte.
Picasso affermava che: "L'arte scuote dall'anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni". Fosse anche solo per questo, risulta quindi doveroso renderla accessibile ed usufruibile a tutti, nessuno escluso. A tale domanda, potevano dare risposta solo la sensibilità al bello e all'arte insita in ogni italiano. Ci ha pensato quindi una start-up veneta, la Tooteko, l'app che rende accessibile le opere e i luoghi d'arte tradizionali ai non vedenti.
Tooteko è stata pensata da non vedenti per i loro simili, si basa su tecnologie low cost e funziona grazie ad un anello in grado di riconoscere speciali sensori e far partire informazioni audio-descrittive. Praticamente l'anello hi-tech legge i tag NFC su un supporto tattile e, grazie all'applicazione, comunica wireless connesso smartphone o tablet.
Ma, si propone anche di aiutare un po' tutti nella conoscenza del bello, poiché permette di esercitare tatto e udito, normalmente meno impiegati a favore della vista. Tooteko permette a tutti una "percezione aumentata" della realtà, dove l'incremento di informazione è più audiotattile che visivo.
Tooteko è un'app innovativa, nata in seno al progetto sperimentale Art For The Blind, ha vinto numerosi premi italiani ed internazionali e ora è il quid in più che può vantare l'Ara Pacis.
Una scalata che non accenna a fermarsi, in quanto, l'obiettivo a medio-lungo termine del progetto è quello di costituire una rete di musei che ospitino le repliche audio tattili delle proprie opere più significative in modo che i non vedenti possano accedere all'arte nel suo contesto originario, e non in un "museo delle repliche"-ghetto riservato solo a loro.
A volte la vera cecità è quella di alcune persone mancanti della sensibilità di rendere l'arte, patrimonio comune, accessibile a tutti. D'ora in poi ci penserà Tooteko a far luce su una nuova conoscenza dell' arte.
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